LIVORNO. Il conto è presto fatto: 17 società che hanno a che fare col Comune (tra controllate, collegate e a partecipazione mista), 82 teste nei consigli di amministrazione, 79 uomini e 3 donne. È la mappa del potere - o meglio del non potere - rosa che è stata fotografata dalle commissioni numero uno e otto di Palazzo Civico e discussa ieri dal consiglio comunale. Il dibattito è stato a tratti surreale, ma alla fine i consiglieri hanno approvato un atto di indirizzo (astenuti Ciacchini e Ghiozzi) che impegna Palazzo Civico a rivedere il proprio statuto in modo da riservare alle donne almeno il 30% delle poltrone che il Comune assegna nei cda delle società collegate. Qualche esempio? Aamps, Asa, Spil, Atl, Casalp: tutte realtà in cui oggi il numero di nominate è pari a zero. Lo ripetono i presidenti delle commissioni, Marco Cannito (Città Diversa) e Arianna Terreni (Pd), sottolineando che quella portata avanti dagli schieramenti politici in modo trasversale «è una battaglia di civiltà». «Il fattore D - intervengono - non è mera retorica, ma aiuto concreto alla società, garanzia di riuscita». «Voterò a favore - interviene Tiziana Bartimmo (Rifondazione) - è un primo passo verso una parità che è ben lontana dall’essere raggiunta. A chi dice che esiste già vorrei ricordare la violenza quotidiana sulle donne, le discriminazioni nel lavoro, in politica». Intervento che scatena la reazione di Carlo Ghiozzi (Lega): «Questa mozione è una discriminazione alla rovescia. Disegnare uno statuto che va a distinguere i posti da assegnare come in una riserva di panda non serve a nulla». Massimo Ciacchini (Pdl) apre bocca e scatena le ire delle consigliere di destra e di sinistra, per una volta unite. «Quale discriminazione - dice - le donne hanno già il potere di vita o di morte sul nascituro». Aggiunge anche che «la donna va valorizzata per la sua natura femminile e di mamma, nella famiglia: non sono concetti medievali, ma il mondo naturale». L’assessore Carla Roncaglia sgrana gli occhi: «Ciacchini, Dio è donna, l’ha detto anche il papa». Marcella Amadio (Pdl che affonda le radici in An) schizza sulla sedia: «Ho sentito interventi demenziali, non credevo di essere ancora nel Medioevo. Ben vengano leggi che aiutano le donne. Il primo criterio sia comunque quello del merito». L’ex sindaco Gianfranco Lamberti riporta sul banco nomi che hanno fatto la tradizione livornese al femminile: da Edda Fagni e Laura Bandini. E richiamando la presenza in aula del comitato “Se non ora quando” (un centinaio di iscritte, partendo da Monica Ria e Fiorella Cateni), chiede di passare subito ai fatti per evitare i soliti teatrini: «Perché i cda delle partecipate non rassegnano le dimissioni?». Quando arriva il momento di votare, Gionata Giubbilei (altro pezzo del Pdl) esce dall’aula: «Quell’atto è una schifezza razzista alla rovescia». Così l’assessore alle pari opportunità, Gabriele Cantù, si dice «raccapricciato» e raccomanda di «aggiustare subito i numeri delle presenze femminili». «Qualche giorno fa - racconta - è venuta da me una donna che non riesce a trovare lavoro: mi ha raccontato che su 17 aiutocuochi assunti nei ristoranti che ha contattato solo 5 sono donna. Se il problema è anche dietro ai fornelli...». Il 29 dicembre le commissioni si riuniranno di nuovo per buttare giù una bozza di statuto. Ma poi c’è da tornare in consiglio... (j.g.) |