L’occupazione c’è ma a pezzetti: e per i quarantenni è un rebus MAURO ZUCCHELLI LIVORNO. Anche qui da noi, fra Ovosodo e il west, l’identikit del lavoratore tipo è ormai lontano mille miglia da Cipputi, l’operaio-simbolo firmato Altan: la nostra provincia ha una percentuale di contratti a tempo determinato assai più alta che nel resto della Toscana o perfino d’Italia. Lo dice l’indagine che Isfol, istituto pubblico di ricerca, ha compiuto su incarico della Provincia bussando via telefono a 7.033 persone in età lavorativa (15-64 anni) che abitano dal Calambrone all’Elba. Colpa forse anche del fatto che le interviste sono state compiute nel giugno-luglio scorsi, dunque quando esplode l’occupazione stagionale nel turismo. Ma, in realtà, è definitivamente in frantumi la vecchia identità costruita attorno alla grande industria (soprattutto pubblica) che, invece della sfida concorrenziale alla conquista di mercati da export, viveva di commesse strappate a colpi di mobilitazioni politico-sindacali: nella cabina di comando da 15 anni al posto delle Partecipazioni statali ci sono le multinazionali che la globalizzazione l’hanno nel dna. E fra i lavoratori, cosa è cambiato? Resta l’“eredità” dei contratti standard: erano la quasi totalità e riguardano ancora ben 4 lavoratori su cinque. A tempo indeterminato: 59,6% (due punti sotto la media nazionale). Oppure lavoro autonomo tradizionale: 19,3% (quasi cinque punti in più del dato Italia). Insomma, qui sembrano attecchire meno che altrove le formule tipo co.co.pro o co.co.co: si arriva a malapena al 2,3%, nel resto del Centro Italia è quasi cinque volte di più. Vedi alla voce lavoro atipico: nella nostra provincia riguarda meno del 5% degli occupati (nel resto del Centro Italia è il triplo). Si può leggere anche qualcos’altro “dentro” i dati presentati dalla Provincia per la regia dell’assessore Ringo Anselmi: a illustrarli Marco Centra (Isfol) e Giampiero Perri (Set). La precarizzazione non è affatto smentita: al contrario, balza agli occhi come una dinamica prepotente. Leggendo però i dati magari sullo sfondo di quelli della Direzione provinciale del lavoro, bisognerebbe capire se, anziché infilarsi soprattutto fra co.co.co e dintorni, la precarizzazione qui da noi si divida fra contratti a termine, part time e lavoro nero. Fatto sta che lavora part time «poco meno del 22% dei dipendenti» (sette punti in più dello standard nazionale): arrivando addirittura al 39,4% se parliamo solo di donne (con una differenza di 13 punti rispetto al resto d’Italia). I ricercatori lo vedono come una (positiva) voglia di arrangiarsi di fronte alla difficoltà di conciliare l’orario di lavoro con la famiglia: ricadono soprattutto sulle donne, se è vero che su ognuna di loro gravano sei ore extra di lavoro domestico (241 minuti contro i 93 dei maschi) più due dedicate ai figli (133 minuti contro 54 degli uomini). Peccato che il part time sia spesso “involontario”: accettato perché non c’è di meglio. Anche qui Livorno è da record: è in questa condizione zoppicante il 54% (il dato nazionale non arriva al 41%). I lavoretti da studente universitario per integrare la “paghetta” ecco che diventano invece il reddito principale di famiglie di trenta-quarantenni con figli a carico. Più che lavorare, insomma, si lavoricchia: nel senso che si saltella da un pezzo di lavoretto all’altro. Oltre la metà dei disoccupati (54%) racconta di aver lavorato almeno un po’ negli ultimi 12 mesi: molto, se si pensa che nel Centro Italia si resta inchiodati al 40% e a livello nazionale non si raggiunge il 37%. Rischia di diventare una condizione permanente: diversamente dalle tendenze del Bel Paese, slitta in avanti l’età media dei disoccupati. Qui da noi il 56% ha fra 30 e 50 anni, e più di uno su 4 (26,3%) è nella fascia dei quarantenni. Provincia. Il piano operativo Milioni di euro per la formazione Chance anche per neolaureati (e cassaintegrati). Incentivi per conciliare impiego e famiglia
LIVORNO. La Provincia mette sulla rampa di lancio il piano operativo 2010. E’ l’assessore Ringo Anselmi a indicare i filoni principali dell’iniziativa. Occupabilità. L’obiettivo è duplice: da un lato, «rispondere ai fabbisogni formativi» e, dall’altro, all’«esigenza di incrociare efficacemente domanda e offerta formativa». In ballo - spiega l’assessore - un ammontare «fino a un milione di euro»: da articolare in “voucher” individuali. Competenze post laurea. Su questo fronte l’importo è «fino a un milione e mezzo di euro»: si tratta di “voucher” individuali a sportello per la «formazione specialistica universitaria». A chi si rivolge? A «neolaureati o laureati disoccupati, con occupazione precaria o a progetto, con partita Iva non iscritti ad albi professionali». Occupati. E’ diretto a «lavoratori occupati o in cassa integrazione e imprenditori» il progetto che mira a dare sprint di competitività alle imprese del territorio contando su uno stock «fino a 800mila euro». Si basa sul finanziamento in tandem, cioè integrando investimenti anche privati: “voucher” aziendali ed interaziendali con finanziamento di piani formativi in precisi settori. Anselmi li indica così: turismo, componentistica, nautica, logistica, ambiente e gestione dei rifiuti, meccanica, edilizia, fabbricazione articoli in gomma e plastica, informatica, agricoltura. Requisito per le imprese: niente processi di mobilità né «cali occupazionali significativi». Servizi per la competitività delle imprese. Questo è uno dei due progetti mirati. L’importo in gioco è «fino a 600mila euro» e riguarda incentivi a sportello: si tratta di azioni positive per favorire «riorganizzazioni aziendali e riposizionamento delle imprese sul mercato» (compresi «interventi per il ricambio generazionale e la successione di impresa»). Anche qui ok solo se niente licenziamenti. Occupazione femminile. «Fino a 400mila euro» per gli interventi di supporto: si punta - afferma l’assessore - a aiutare le imprese ad adottare «modelli organizzativi che favoriscano la conciliazione tra vita familiare e lavorativa» così che mettere d’accordo i tempi di lavoro e quelli di vita, soprattutto per le donne, non sia una acrobazia quotidiana.
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